
Avevo tredici anni quando lessi per la prima volta un tuo libro.
Apparteneva a mamma. La copertina oro, le scritte fucsia.
Si trattava di un libricino. Il titolo mi rapì all’istante. All’epoca, prima di comprare romanzi, finivo sempre per rovistare tra quelli di mia madre, della sua adolescenza perché mi incuriosiva sapere come la pensasse lei alla mia età, cosa potesse sottolineare e quindi ritenere importante una ragazzina della mia età, ma cresciuta negli anni ‘70. Mi divertivo a spulciare tra gli scaffali della sua libreria e ogni tanto incappavo in un testo vecchio e logoro, appartenuto a qualche zia prima di diventare suo. Così, oltre alla storia contenuta, si insinuava tra una riga e l’altra anche quella di chi lo aveva letto, sottolineato e sgualcito. A volte trovavo qua e là appunti scritti a matita.
Mi affascinava perdermi tra le pagine di un libro già vissuto da altri, più di farlo con un testo immacolato, perché in quella storia sembravano intrecciarsi altre vite, vicine o lontane alla mia. E quell’aspetto un po’ retrò, misto al profumo della carta, mi ha sempre stuzzicato l’appetito.
Ho iniziato con le letture di Louisa May Alcott, “Piccole donne” e “Piccole donne crescono”, per poi ritrovarmi tra le mani il tuo libro da oltre due milioni di copie, solo in Italia.
A colpirmi, subito dopo il titolo, la tua dedica:
“A chi non teme il dubbio
A chi si chiede il perché senza stancarsi
E a costo di soffrire di morire
A chi si pone il dilemma di dare la vita o negarla
Questo libro è dedicato
Da una donna per tutte le donne”.
Sei seduta a un tavolinetto in fondo al parco. È un miraggio o sei davvero tu? Tieni le gambe accavallate, fumi una sigaretta e volgi lo sguardo altrove. Forse stai già pensando al prossimo viaggio. Magari non hai mai disfatto la valigia e l’equipaggiamento da inviata di guerra è già pronto sull’uscio di casa tua perché i reporter come te sono sempre sul pezzo, non tanto per dovere quanto per vocazione. Se solo fossi più spavalda e meno timida verrei lì di corsa, mi siederei al tuo tavolo, proprio di fronte a te e chiederei al ragazzo del bar di portarci due caffè, o magari, due aperitivi. Ma che ne so io di cosa beve una come te! Forse hai bisogno di qualcosa di forte per anestetizzare scene di orrore, per dimenticare quella nube nera, “nerissima” di cui tante volte hai parlato durante le interviste. So per certo però che ti farei una miriade di domande perché non solo ho amato il tuo libro, il mio primo timido approccio alla tua realtà, la tua penna, ma sono rimasta colpita dalla tua straordinaria vita e dalla tua carriera che poi, forse, son diventate una cosa sola. Dalla tua figura, contraddittoria, ingombrante spesso, eppure sempre al centro della scena.
Ti chiederei qual è la formula per una scrittura di successo perché… pure io amo scrivere, sai.
Anzi, no. Ti chiederei quanto coraggio, indignazione e tenacia ci vogliono per raccontarsi e raccontare non solo il bello, ma le storture del mondo, la parte più amara, indigesta e meschina e farlo a testa alta con parole decise, che graffiano, tagliano e che non sono il frutto di pensieri già formulati da altri, spiccando il volo (anche sole contro tutti), farlo insomma come hai saputo fare tu.
«Ehi tu, sveglia! Si può sapere cos’hai da guardare?»
Mi strilli da laggiù. I nostri occhi si incontrano o almeno credo. Mi guardo intorno cercando di capire se la tua domando sia davvero rivolta a me. C’è un bambino che fa capriole sul prato a pochi metri da me, qualche ragazzo che fa jogging e una coppia che spinge un passeggino, ma nessuno fa caso alle tue parole. Forse ti sei accorta che ti fisso imbambolata, in piedi, da un quarto d’ora. «Ehi, tu. Sveglia!» mi ripeti. Quest’ultima parola mi fa tornare in mente alcune righe di un tuo testo che potrei recitare a memoria:
“Svegliatevi dunque, smettetela d’essere così razionali, ubbidienti, rugosi! Smettetela di intristire nella vostra uguaglianza! Ridete, piangete, sbagliate. Ve lo dico con umiltà, con affetto, perché vi stimo, perché vi vedo migliori di me e vorrei che foste molto migliori di me. Molto: non così poco. O è ormai troppo tardi? O il Sistema vi ha già piegato, inghiottito?”.
Mi guardi con insistenza. Stavolta sono certa: stai guardando me! Mi avvicino con il cuore in gola, un passo dopo l’altro.
Sei davvero tu: l’Oriana di “Se il sole muore”, la stessa di “Lettera a un bambino mai nato”. Sei davvero tu, mi ripeto.
Poi odo un rumore in lontananza, ora si fa sempre più insistente e vicino. Un attimo dopo non ci sei più. C’è solo il mio gatto che mi guarda con sufficienza appollaiato sul tappeto e la sveglia che suona chissà da quanto e mi ricorda che devo correre al lavoro.
Però che bello sarebbe stato incontrarti davvero.