il diario-romanzo

CAPITOLO XIV
ISTANBUL
Ore 11.00 del mattino, aeroporto di Ciampino, i due ragazzi ultimarono le operazioni d’imbarco. Era fine agosto e l’aria di Roma era a dir poco rovente. L’aeroporto era gremito di persone che partivano, arrivavano, s’incontravano, aspettavano. Iris e Valentino erano seduti al tavolo di uno dei molteplici ristori aeroportuali. Parlavano, ridevano, scherzavano, immaginavano i loro prossimi giorni in Turchia.
Lei, quel giorno, aveva il profumo dei fiori, forse degli stessi che apparivano sull’abito dallo sfondo bianco ed una moltitudine floreale rossa impressa su fondo panna, la quale esaltava una pelle appena dorata, dei sandali dello stesso colore della sua pelle si stringevano con lacci intrecciati intorno ai polpacci.
Qualora fosse stato possibile, era più radiosa del solito, almeno così doveva apparire agli occhi di Valentino, il quale, quando non era impegnato a discutere o prenderla in giro, la osservava muoversi con occhi meravigliati. In molti hanno cercato di disquisire sul concetto di bellezza quale valore relativo ma, in lei, la bellezza era un imperativo che nessuno avrebbe potuto mettere in discussione. Chi le aveva donato tali fattezze, le
aveva riposto qualcosa di ancor più prezioso: un animo puro. Leale, sincera nel bene e nel male, indomabile, testarda fino al punto di rinnegare l’evidenza per un suo principio ma, anche i difetti, facevano parte di un amplesso armonioso che la rendevano, insieme alla sua acuta intelligenza, una ragazza di natura superiore.
Tra i passatempi preferiti di Valentino, c’era prenderla in giro, amava trovare qualsiasi appiglio pur di stuzzicarla e, anche in quell’occasione, non venne meno a tale pratica.
«Iris, non metto in dubbio l’eleganza e la freschezza del vestito che, tra l’altro, indossi anche molto bene. Il punto è che oggi pomeriggio dovremmo raggiungere l’hotel ad Istanbul e poi magari vedere un po’ la città, non ricordavo avessimo la puntata di “Uomini e Donne” in Turchia!», le disse con tono ironicamente serioso.
«Posso assicurarti che, se per assurdo fossi andata al programma, non mi avresti vista così!», gli rispose.
«Colpito e affondato, 1-0 per te!».
E lei: «Come sempre!».
«Ma se non ti lasciassi vincere ogni tanto, sai che noia vivere sapendo di avere sempre ragione?», le disse con l’espressione tipica di chi è conscio di aver detto una grande sciocchezza.
«Beata convinzione!», gli rispose.
«Beata consapevolezza! Comunque, ci siamo, l’aereo è pronto, ci avviamo o c’hai ripensato?».
«Un’altra delle tue battutine e, credo, rimarrò a Roma! Andiamo cretino!».
«Sempre dolcissima! Dài a me questa borsa».
E così, presa la borsa di lei, si avviarono insieme verso la navetta che li avrebbe condotti in aereo. Stentava a trattenere le sue emozioni, si sentiva così pieno di vita che sarebbe potuto partire anche a piedi. Per Iris era diverso, il suo stato d’animo era più prudente, più diffidente per quella nuova esperienza ma, la sicurezza e la determinazione di Valentino, probabilmente, l’avevano supportata in quella sua scelta. Quel viaggio era un banco di prova anche per lei, affascinata all’idea di vivere e confrontarsi con un mondo così lontano dal suo.
Entrati in aereo furono accompagnati ai loro posti, attesero con impazienza che tutto fosse pronto per la partenza e poi, finalmente, il decollo. Avrebbe voluto sedersi vicino all’oblò, ma lasciò il posto a lei, conoscendone la natura curiosa e fanciullesca, pensò che le avrebbe fatto piacere, anche se non l’avesse ammesso. Quasi tre ore di volo ed atterrarono all’aeroporto Ataturk di Istanbul. Espletate tutte le incombenze doganali, uscirono finalmente fuori alla ricerca di un taxi libero che non tardarono a trovare.
Spazi immensi, strade ricolme di un traffico che, il sol guardarlo, ricordava sciami biblici di cavallette. La meravigliosa eterogeneità architettonica dell’antica metropoli si apriva dinanzi a loro, come un libro di fiabe moderno. Dal taxi, i due osservavano la vastità di uomini, mare, pietre e cemento che man mano attraversavano. In quel momento, Perugia doveva apparire alle loro menti poco più di un quartiere di Istanbul, lo sguardo frenetico tradiva una calma apparente da mantenere, considerate le circostanze ed un taxista che, a stento, parlava l’inglese.
L’hotel era sito in Sultanahmet, probabilmente la zona più antica della città, parte di ciò che un tempo fu Costantinopoli. La Istanbul University era anch’essa nel quartiere antico ma, era solo venerdì e fino a lunedì, giorno in cui si sarebbero dovuti presentare per l’assegnazione delle camere e l’inizio del corso di lingua turca, avrebbero fatto un po’ i turisti. Oltre venti minuti di auto e non erano ancora giunti a destinazione. Man mano che si avvicinavano al centro storico, le strade, seppur grandi, si restringevano sempre più, sembrava stessero attraversando una città nella città, come scatole cinesi. Dopo trenta minuti di auto, senza mai fermarsi, a volte nemmeno ai semafori, giunsero all’hotel.
«Ma qui guidano tutti cosi?», disse Iris con occhi stupefatti ma, in fondo, anche un po’ divertiti.
«Credo di sì, lo avevo letto, sai? Comunque, lo scopriremo nelle prossime ore!», le rispose Valentino che, dopo aver pagato il taxi, scese insieme a lei dall’auto e, in fretta e con i bagagli al seguito, si recarono alla reception per il check in. Presero due camere separate ma vicine e, ultimati i controlli, salirono al terzo piano.
«Siamo praticamente comunicanti, ottimo! In caso di qualsiasi problema, urla, bussa, insomma fai rumore, ok?», disse lui.
«Tu, invece, cerca di non russare, siamo così vicini che potresti darmi fastidio anche così! Ma che stiamo andando a dormire?», gli rispose.
«Era tanto per dire! Tra un’ora pronta, ok? Ce la fai? Ci cambiamo e iniziamo a vedere un po’ la città, facciamo due passi, che ne dici? Magari il roseto dell’abitino lo potiamo un po’ se dobbiamo uscire a piedi, no?».
E lei: «No ma, dimmi pure come devo vestirmi papà, grazie!».
«Non mi permetterei mai, al massimo un suggerimento, considerato che non passi proprio inosservata così vestita! Ho bisogno di una doccia urgente adesso, i panni si attaccano addosso per l’umidità, a dopo!».
Così i due ragazzi si prepararono e, trascorsa un’ora abbondante, indossando shirt, jeans e scarpe ginniche uscirono dall’hotel, ben posizionato rispetto ad alcune attrazioni della città.
Profumi di spezie accompagnarono i loro passi, sentori mai conosciuti prima, nemmeno in prossimità dei molteplici venditori di kebab in Italia. L’aria era diversa, il cielo di un colore differente, i palazzi, la gente, tutto era assolutamente unico nel suo essere orientale e al tempo stesso europeo. Camminando, incontrarono donne integralmente coperte dai burka e ragazze in minigonna, uomini che ricordavano, con grandi baffi e turbanti, gli antichi ottomani e ragazzi moderni, vestiti come loro. Avevano percorso soltanto poche centinaia di metri dall’hotel. Giunti alla fine di quella strada diritta e in discesa, dinanzi a loro si aprì uno spettacolo senza precedenti: una grande pianura ricca di strade ed edifici antichi, spazi ampi a tal punto che gli occhi non sapevano dove posarsi. Di fronte la Basilica di Santa Sofia e la vicina Moschea blu apparivano loro come due giganti che si osservano e rispettano entro limiti ben precisi, ponti sulla destra, colline vicine e lontane ondeggianti di antichi edifici e, spostando lo sguardo verso sinistra, l’incanto del Bosforo.
Rimasero per qualche istante entrambi fermi, senza parlare. Valentino tratteneva dentro di sé le emozioni, anche se non era difficile decifrarne qualcuna in volto. Così fu lei, per prima, a pronunciare ciò che entrambi pensavano in quel momento:
«Che meraviglia!».
«Bene, siamo arrivati in Paradiso, adesso che direzione prendiamo?», disse lui con la gioia nel cuore, e riprese: «Ti va di scendere verso destra, per quella via alberata ed avvicinarci alla Moschea blu?».
«Un posto vale l’altro, è tutto un incanto…», gli rispose.
Così iniziarono a discendere per quella via, sulla destra, dall’alto sembrava tutto più vicino, ma le distanze erano importanti se percorse a piedi. Divertiti, si guardavano come due bambini appena arrivati sulle giostre e tutto sembrava perfetto. Un urlo vicino, una voce forte megafonata, Iris si afferrò al braccio di lui. Valentino non sapeva, in quell’istante, se approfittare dell’occasione e abbracciarla oppure nascondersi dietro un albero vicino. Optò per la seconda soluzione, prendendola per mano e portandosi in una posizione di apparente riparo. L’eco di quella voce si diffondeva in tutta la città, poi più voci, era un richiamo, il richiamo alla preghiera dei musulmani.
«Non ti preoccupare, è il richiamo alla preghiera! La Turchia è sì uno stato laico, ma con oltre il 99% della popolazione islamica. Le voci che senti sono quelle dei muezzin che richiamano, dai minareti, i fedeli alla preghiera, ne abbiamo uno proprio lassù!», le disse indicando con il dito il minareto.
«Ascolta, ho perso dieci anni di vita in cinque secondi, credevo fosse un attentato!».
«L’ho temuto anch’io per un istante, poi ho ricordato. Facciamoci l’abitudine poiché le giornante qui, anche di notte, sono scandite da questi richiami, un po’ come i rintocchi delle campane da noi, prima della messa o del rosario, per intenderci».
«Prendiamo qualcosa da bere? Tra il caldo, la passeggiata e lo spavento altri cento metri così e rischi di perdere un’amica!», rispose lei, cambiando subito argomento.
«Stavo guardando proprio quel locale in legno, entriamo lì, sembra essere un posticino caratteristico!», le disse.
«Va bene anche il McDonald’s, purché ci fermiamo!».
Attraversarono la strada ed entrarono nel locale. Pareti e arredo in legno antico, si alternavano al marmo dei pavimenti, coperti a loro volta da magnifici tappeti che variavano colorazione dal turchese al blu cobalto, rosso porpora ed altre tonalità di colori che caratterizzavano i disegni e ricami orientali intessuti. Puff e poltrone molto basse, ma dall’aspetto soffice e comodo, dello stesso colore dei tappeti si alternavano creando tanti piccoli privé. C’erano altre coppie all’interno ed una musica lounge arabeggiante accompagnava gli ospiti del locale, in un’atmosfera suggestiva in cui candele accese al profumo di vaniglia, rappresentavano gli unici punti luce e narghilè fumanti posti al centro dei bassi tavolini, sembravano voler aiutare gli ospiti a lasciare ogni pensiero fuori la porta d’ingresso, per abbandonarsi all’interno, al ristoro dei sensi. In fondo al locale, come un grande quadro, si apriva un panorama mozzafiato sui colli di Istanbul e, ancora più in fondo, le estremità dei due grandi continenti, l’Europa e l’Asia, unite dal ponte sovrastante il fiume. Una donna andò loro incontro, mora, dal fascino misterioso, molto più di quanto poteva essere quel luogo. Si avvicinò dandogli il benvenuto, chiedendo se volessero bere o mangiare.
«Magari entrambe le cose, grazie», rispose in inglese Valentino, «potremmo accomodarci vicino quella vetrata?», chiese poi il ragazzo.
Con un cenno elegante della mano, li invitò a seguirla e attraversando tutto l’ambiente, giunsero su due grandi e morbidi puff, adiacenti ad una grande finestra rettangolare, lunga circa nove metri ed alta oltre tre. Al centro un tavolino in legno, basso come tutti gli altri, all’interno del quale si erigeva un grande narghilè in argento. La donna porse loro i menù del cibo, delle bevande e del fumo dei narghilè.
«Io vedo tutte coppie qui dentro, non è che siamo capitati in un locale per scambisti?», le chiese lui.
«Sei sempre il solito! Giusto per curiosità, con chi mi vorresti scambiare qui dentro?».
«Qui con nessuno, ma per un pozzo di petrolio non ci penserei due volte a barattarti!».
«Ma quali pozzi, non sono mica arabi? Non sai nemmeno dove ti trovi, andiamo bene!».
«Non porre limiti alla provvidenza, magari incontriamo qualche vecchio sceicco qui per affari, e ce ne sono!».
«Cretino! Ordiniamo piuttosto…».
Così, tra battute puerili e le considerazioni sulla bellezza del luogo, ordinarono da bere due Martini, a cui seguirono altri due Martini e altri due ancora. Ad accompagnare gli aperitivi un meraviglioso cuscus di pesce ed infine, per suggellare il momento, un narghilè acceso al sapore di cioccolato. Restarono lì dentro per oltre tre ore, a ridere, bere, mangiare e fumare dall’inesauribile narghilè. Lui non osò provare a baciarla, quel che aveva sempre desiderato si stava realizzando in quei giorni e non avrebbe chiesto altro in quel momento. Lei era incontenibilmente bimba da brilla, il ché accresceva il suo fascino, qualora fosse stato possibile, qualora tutto quello fosse davvero ciò che Valentino riuscisse a realizzare, poiché anche lui non era lucido. Una situazione esilarante che si interruppe quando, dopo ulteriori due ore, la donna che li aveva serviti si avvicinò al tavolo per invitarli gentilmente ad uscire, il locale era in chiusura. Lui pagò il conto e si fece chiamare un taxi che, giunto in un lampo, li accompagnò in hotel. Non presero l’ascensore ma le scale, il che richiese qualche minuto in più del dovuto per raggiungere le camere, poiché ogni tre gradini o si lasciava cadere qualche oggetto, o si inciampava, oppure si rideva a crepapelle del nulla. Giunsero davanti alle camere, ognuno con le sue chiavi in mano, pronti ad entrare. Si osservarono divertiti e si abbracciarono. Lui, guardandola, le diede un bacio sulla fronte e disse:
«Grazie!»
E lei: «Grazie a te… e domani offro io! Notte»
Così si salutarono, entrando ognuno nelle proprie stanze, lasciandosi finalmente cullare tra le braccia di Morfeo. Si svegliarono tardi l’indomani, abbastanza da confondere la colazione con il pranzo. Il sole di Istanbul alle 12.00 era quanto di più caldo avessero mai provato prima di allora.
«Ricominciamo dalla Moschea blu, ci siamo arrivati più o meno vicini ieri sera!», disse lui, ricordando la serata trascorsa.
«Credo che, con questo caldo, neanche oggi ci arriveremo, ci scioglieremo prima nei panni!», gli rispose.
Così, senza fretta, dopo essersi fermati lungo la strada per un pranzo frugale, giunsero ai piedi della Moschea blu. Una lunghissima fila gli avrebbe imposto non meno di un’ora di attesa, prima di entrare. Non avendo altre persone dietro di loro, decisero di sedersi su alcune panchine li vicino.
«Temo che perderemo una giornata per monumento, con questo andazzo!», disse lei.
«Perché, pensavi di vedere Istanbul in questi tre giorni scarsi, prima di presentarci in Università?».
«No, però, speravo non fosse come entrare in Vaticano, invece credo che troveremo sempre queste file, così è uno stress in due giorni!».
E lui: «Infatti! Una volta viste la Moschea blu e la Basilica di Santa Sofia, che è proprio lì di fronte, per tutto il resto abbiamo quasi un anno a disposizione, sempre che tu non voglia viverlo da reclusa in appartamento a studiare!».
«Ma infatti, magari la vediamo più tardi, così domani ci dedicheremo un po’ ad altro, vediamo la parte moderna della città!».
«Ecco, finalmente parole di buon senso, le prime da quando siamo arrivati, complimenti!», le disse ironicamente.
«Signori italiani, buongiorno!», una voce dietro di loro li sorprese mentre discutevano.
«Ho visto una luce speciale nei vostri occhi e son venuto da voi a presentarmi, il mio nome è Ibrahim, sono persiano, dell’Iran, non turco!».
I due si guardarono per un momento, con il cuore in gola per il sopraggiungere improvviso dell’uomo alle loro spalle. Così Valentino, guardandolo negli occhi, prese a parlare:
«Piacere Ibrahim, io sono Valentino e ci hai quasi spaventato! Ieri il richiamo alla preghiera, adesso te che piombi così, sei gentile, ma non abbiamo soldi da darti, scusaci!».
«Ma io non voglio soldi da te Valentino!», gli disse l’uomo. «Commercio tappeti in tutto il mondo e sono qui per affari. Come vedi, parlo bene anche l’italiano! Ah ah ah, credevi che volessi soldi da voi, come un mendicante in Italia? Ah ah ah!».
«Ibrahim, mi deve scusare, sono costernato, è che solitamente, lei lo saprà bene, si avvicinano signori con le scuse più strane pur di avere dei soldi ed io, le dico francamente, l’avevo immaginata come uno di loro, mi scusi. Quindi, a cosa dobbiamo il piacere?».
«Valentino, somigli ad una persona a me cara, scomparsa molti anni or sono. Ho quarantacinque anni io, eravamo ragazzi e si giocava insieme, era il mio migliore amico. Aveva avuto tutto dalla vita ed i tuoi lineamenti, il modo di parlare, il tuo stile mi ricordano lui. Un giorno, misteriosamente scomparve, il padre era un uomo molto in vista a Teheran e, come spesso accade in tali circostanze, aveva anche alcuni nemici. Una storia triste. Tu hai i suoi occhi e lei, è la donna più elegante che abbia mai catturato la mia attenzione. Qual è il tuo nome?».
«Iris», rispose lei, «è molto gentile, la ringrazio per le belle parole, soprattutto perché, come può ben vedere, siamo quasi in tenuta ginnica!».
«L’eleganza non è una questione di abito, è dentro di te. Potresti avere qualsiasi cosa indosso, anche dei semplici stracci, il tuo essere ciò che sei, il tuo stile, li renderebbe degli abiti preziosi», le rispose il persiano.
«Vale, hai sentito il signore? Ci conosce da due minuti e di me ha già capito tutto, prendi esempio!».
«Ibrahim, la prego, lei questo cerca, essere adulata, devo conviverci per un anno insieme, limitiamo i danni, grazie!», si rivolse al signore con fare scherzoso. «Siete due ragazzi davvero belli e simpatici! Mio caro Valentino, Iris, non chiamatemi Signore, ve n’è già uno ed io mi stavo appunto recando in Moschea per ringraziarlo! Chiamatemi Ibrahim, questo potrà bastare per voi due. Ricordati giovane amico, qualsiasi donna vuol sentirsi preziosa, amata, importante, poiché ogni donna merita questa attenzione da un uomo, il quale deve amarla più della sua stessa vita. Rendi mai grazie a Dio per il dono di Iris nella tua vita?».
«Ibrahim, grazie a Dio, noi non siamo fidanzati!», gli rispose ridendo Valentino.
«Lui è una pena accessoria al mio percorso formativo, devo scontare la condanna dopodiché sarò laureata!», disse altrettanto ironicamente la ragazza.
«Ah ah …Solitamente non mi sbaglio, avrei scommesso il contrario, mah, la vita è strana ragazzi miei…».
«È strana ma non sempre sadica, giusto?», gli rispose Valentino e poi aggiunse:
«Ibrahim, unisciti pure a noi in fila, vorremmo visitare la Moschea, credo ci sarà ancora molto da aspettare, se non hai fretta, mi pare di aver capito che anche tu devi entrare».
«Venite con me, noi non facciamo file, non posso perdere il mio tempo in fila! Qui mi conoscono, l’Imam è mio grande amico! Andiamo!».
Iris e Valentino si guardarono un istante, lui annuì con la testa, per farle capire che si fidava di quell’uomo e lei altrettanto. Ibrahim, intanto, aveva già percorso tre o quattro metri con passo svelto, e i due ragazzi lo seguirono, subito, dietro di lui. Superarono tutta la fila, con un po’ d’imbarazzo. Il persiano non aveva mentito, la sicurezza e tutti gli addetti alla moschea lo conoscevano davvero. Parlò con un uomo che probabilmente doveva essere un responsabile della sicurezza. Lui li guardò e con un cenno della mano, li invitò a proseguire insieme ad Ibrahim e, tutti e tre insieme, varcarono l’ingresso della moschea.
Si tolsero le scarpe e iniziarono a camminare lungo un tappeto rosso. Un’atmosfera celestiale li accolse, migliaia di piastrelle in ceramica turchese adornavano le volte che si aprivano ampie, sopra di loro, e terminavano in cupole rivestite in ceramiche raffiguranti la simbologia islamica. Un immenso lampadario a cerchi concentrici scendeva dal soffitto con fili di ferro, alle cui estremità erano poste delle lanterne dorate, che brillavano, come spiriti puri, sopra i fedeli raccolti in preghiera. I ragazzi avevano il capo coperto da un velo che gli era stato prestato all’ingresso, per poter accedere nel luogo sacro. Ibrahim si volse verso i due e, con un cenno della mano, in silenzio, indicò loro dove sarebbe andato a pregare. La spiritualità e la magnificenza del luogo, doveva apparire agli occhi dei giovani come la scena di un film epico sull’Oriente ma, forse, era qualcosa di più. Non avrebbero potuto capire una sola parola di quelle preghiere, eppure apparivano coinvolti da quella spiritualità, forse per suggestione o, semplicemente, per una mera curiosità umana riguardo un atto di fede dalla tale intensità.
«Iris», le sussurrò Valentino all’orecchio, «non hai paura?».
«No, paura no, è una sensazione strana però, non saprei spiegarti, ma non negativa!».
«Si, lo stesso per me, credo. La devozione di questi uomini è pressoché totale. Quanti di loro morirebbero pur di non rinnegare il loro Dio, lo sai? Molti! Io, te e la maggior parte delle persone che conosciamo, credi morirebbero pur di non rinnegare il battesimo?».
E lei: «Perché dici questo adesso, chi dovrebbe mai richiederci la vita in cambio della nostra fede?».
«Mi auguro, mai nessuno». Poi stette qualche istante in silenzio e riprese:
«Siamo tutti figli dello stesso Dio, Iris, tutti, lo dicono in molti da troppo tempo ma, più lo si dice, più si accentuano le divisioni».
«Come sei serio quando parli di Dio, non hai mai pensato al sacerdozio come vocazione?», gli disse.
Valentino la guardò bene negli occhi, per capire se fosse seria o lo stesse prendendo in giro, e poi aggiunse: «Dio è la mia unica certezza, credimi, ho sperimentato questo nella vita e tutti si sono rivelati deludenti, anche io lo sono stato, ma Lui mai. Sento che mi è vicino e, anche il fatto stesso di essere qui oggi, non è un caso. Magari, con calma, parleremo anche di questo, se lo vorrai».
«Perché no!», gli rispose.
Ultimata la preghiera, Ibrahim si avvicinò loro, chiedendogli se volessero rimanere ancora oppure preferissero uscire. Avevano visto quanto bastava e decisero di andar via, per visitare, stavolta, la Basilica di Santa Sofia, praticamente una struttura “sorella” alla Moschea blu e a pochi passi da loro. Avrebbero voluto visitarla ma, purtroppo, quel giorno era chiusa per manutenzione.
«Cari ragazzi, è stato per me un piacere avervi conosciuto, ma ora devo andare, ho una riunione importante a Taxim. Cosa fate domani? Se non avete impegni verso le 18.00, possiamo vederci qui, ed insieme andare in un luogo, credetemi, non ve ne pentirete!», disse ai ragazzi il persiano.
«Ibrahim, sei stato fin troppo gentile con noi, davvero, mi sento già in obbligo verso di te, non preoccuparti, anzi, se lo vorrai, sarai nostro ospite domani a cena, va bene?», gli rispose Valentino.
«Amico mio, sarai tu mio ospite, se lo vorrai. Ho visto in voi qualcosa di bello, non è un caso esserci incontrati tra le due moschee!».
«Ma questa di Santa Sofia non dovrebbe essere una basilica cristiana?», chiese Iris.
«Hai ragione mia cara, ma successivamente alla sua fondazione come chiesa, voluta da Giustiniano, divenne poi moschea. Oggi è un bellissimo museo che, spero, potrete vedere presto!», rispose Ibrahim.
Valentino si voltò verso lei per avere anche la sua approvazione e, così, disse al gentiluomo:
«Ibrahim, va bene, ci vediamo domani qui alle 18.00 e andremo in questo luogo insieme. Scambiamoci i numeri di telefono, non si sa mai un imprevisto!». Così i due uomini si scambiarono i numeri e si salutarono. Poi Ibrahim prese uno tra gli innumerevoli taxi che sfrecciano in quella zona antica della città e, così, andò via.
«Che galantuomo, una persona positiva, non trovi?», disse Iris.
«Sì, decisamente, ma per essere ancor più tranquilli, voglio far controllare il suo numero ad un amico che lavora all’ambasciata ad Ankara».
«Addirittura?», esclamò lei.
«Sì, meglio star tranquilli. Lo avevo già avvisato del nostro arrivo ieri e, nel prossimo mese, verrà certamente a trovarci. Gli invio adesso un messaggio, vedrai che tra non molto sapremo chi è». Così inviò il messaggio con il recapito telefonico di Ibrahim all’amico diplomatico.
Erano appena trascorse ventiquattro ore dal loro arrivo e, le emozioni, non avevano tardato a raggiungerli. Come messaggeri degli dèi, sembravano accompagnarli ovunque in città, quasi a voler esaltare la magia dell’attimo, godendo ogni metro di tutta quella grande bellezza in cui erano immersi.
Soli, adesso, ripresero nuovamente a camminare, in direzione del Bosforo questa volta. Erano felici, quella scelta fatta nei corridoi dell’università, l’apertura alla vita verso nuovi orizzonti, li aveva resi più ricchi di umanità già in un solo giorno. Il timore dell’ignoto, lasciare le proprie sicurezze, il proprio nido, almeno per Iris, doveva essere un lontano ricordo, scivolato ormai nel dimenticatoio delle inutili preoccupazioni.
«Cosa c’è, sei felice?», le chiese Valentino durante il cammino e lei:
«Sì, ma non per merito tuo!», rispose sorridendo.
Quel modo di rispondersi, di stuzzicarsi, di prendersi quasi continuamente in giro, doveva piacere ad entrambi. Erano due ragazzi che si erano aiutati vicendevolmente, senza rendersene conto. Lei lo aveva tratto in salvo da una vita buia, superficiale, fatta di velleità e desiderio di evasione dal presente, con la luce della sua bellezza e la forza della sofisticata semplicità che le apparteneva. Lui, salvato dalle acque dell’evanescenza, le aveva trasmesso la febbre del sogno, lo stesso che nutriva per se, per lei, il sogno che li aveva portati lontano, molto più di quanto non avrebbero mai immaginato fino a qualche mese prima.
Camminarono senza sosta fino al molo in cui attraccavano le navi da crociera. Apparivano come grandi condomini galleggianti nel Bosforo, entravano ed uscivano dalla città, quasi fossero dei palazzi mobili.
«Vale, dato che domani dovremo vederci con Ibrahim e non sapremo quanto tempo perderemo, dove andremo e se mai ritorneremo, ecco… se andassimo adesso in zona Taxim, senza dover aspettare domani?», gli disse.
«Si può fare, ma non a piedi, abbiamo già fatto qualche chilometro da stamattina, è nella zona europea di Istanbul… e non è vicinissima!».
E lei: «Quindi?».
«Quindi taxi!».
«Ti prego, no! Ma sono dei pazzi furiosi!».
«Sai dove dovremo arrivare?», le disse Valentino e, con la mano, le indicò una zona lontana, decisamente lontana da loro. «Ecco, più o meno lì in fondo, ma potrebbe anche essere oltre!».
«Sei stato convincente, prendiamo il taxi!», e così presero uno dei mille taxi che passavano continuamente lungo la strada, facendosi condurre fino a Piazza Taxim. Una cosa, ormai, era chiara ai ragazzi, i tassisti ad Istanbul non volevano perdere tempo, correvano tutti come se fossero dei ladri in fuga in un film poliziesco anni Novanta. La piazza si presentava in maniera totalmente diversa dalle precedenti ambientazioni, sembrava quasi di trovarsi in un’altra città, più moderna, dalle linee sobrie e pulite.
«Vedi quel monumento? È stato scolpito dallo scultore italiano Pietro Canonica, nel 1928, commemora l’istituzione della Repubblica Turca!», disse lui subito dopo esser scesi dall’auto.
«Però sai che mi ricorda molto lo stile di un regime, piuttosto che una commemorazione repubblicana!».
«Ma dài, è un capolavoro! Colpa mia che parlo d’arte con te!».
«Dimenticavo avessi avuto come precettore Sgarbi, scusami se mi sono permessa di esprimere un’opinione!».
Allora Valentino, divertito da quelle simpatiche provocazioni, riprese a stuzzicarla con tono ancor più ironicamente saccente:
«E sai perché si chiama Taxim questa piazza? Taqsim, in arabo, vuol dire divisione o distribuzione. In questa piazza, infatti, venivano raccolte le linee d’acqua principali del nord della città e poi, da qui, diramate in ogni dove del contesto metropolitano, in modo da conferire a tutte le zone il più giusto approvvigionamento. Deve esserci, qui vicino, un grande serbatoio in pietra da cui prende il nome la piazza».
«Ma complimenti, bravo! Sai, c’erano scritte le stesse cose anche sulla mia guida in camera, soltanto che erano scritte meglio del tuo riassuntino da guida turistica da quattro soldi! Piuttosto, andiamo lì, in Istiklal Caddesi, la via dello shopping, adesso ti porto un po’ io in giro sapientino!».
E lui: «Che dolcezza, dopo questo potrei anche chiederti di sposarmi!».
«Piuttosto rimango qui e divento una delle sette mogli del tappezziere!».
«Commercia tappeti Ibrahim», le ricordò, «ottima scelta comunque, brava, ci tuffiamo sull’uomo d’affari orientale!».
«Taci per cinque minuti? Andiamo piuttosto, stiamo soltanto perdendo tempo!».
«Aspetta, un messaggio», disse lui. «È Giorgio dall’ambasciata. Mi dice che Ibrahim non ha mai avuto problemi con la giustizia, tantomeno è stato mai sospettato di qualcosa. È un ricco commerciante di tappeti, imprenditore a tutto tondo, insomma, sembra una persona per bene!».
«Mi ha trasmesso una sensazione molto positiva, come uomo, al di là delle belle parole che ha speso per noi!», aggiunse lei.
«Allora dicevi sul serio prima, riguardo il matrimonio?».
«Ma io un anno così, con te, non lo reggo, lunedì tu non verrai con me all’Università, ti troverò un buon asilo qui ad Istanbul così ti diverti di più! Vogliamo continuare a parlare del nulla, in piedi, al centro di questa piazza?», gli disse.
«A te la spremuta d’arance fa male, aumenta sensibilmente il tuo tasso di acidità. Da domani mattina, latte di capra fresco appena munto!», le disse divertito.
«Senti, io vado, continua pure a traccheggiare qui, con le capre che hai nel cervello!». Lei si voltò, iniziando a camminare verso Caddesi e lui la seguì. Trascorsero un paio d’ore tra negozi di vario genere ed Iris prese per sé due completini in lino finissimo, cuciti da un sarto locale. Valentino invece fu attratto dalla bottega di un orafo locale, nella cui vetrina, tra le varie, c’era un pendente ovale in pietra di luna, al cui centro era incastonata un’acquamarina.
Pensò che fosse perfetto per lei, per i suoi colori, per la sua naturalezza. Voleva ringraziarla, in qualche modo, per essere lì e pensò di farle un pensiero. Dopo alcuni istanti di esitazione, lei accettò il regalo e indossandolo disse: «Vale, perché?».
E lui: «Per il tuo compleanno».
«Ma il mio compleanno è passato da mesi e poi, a prescindere, non devi!», rispose.
«Appunto, sono anche in ritardo!», e sorridendole aggiunse: «Sono felice di vederti così, adesso… e posso soltanto immaginare quanto sia stato difficile lasciare la tua terra, le abitudini, la tua vita insomma. So quanto tu sia legata anche emotivamente e sentimentalmente a quel che hai lasciato, luoghi e persone che ami e che ti amano. Sei stata coraggiosa, l’ho molto ammirato. Per me è stato più semplice, la mia vita è sempre stata abituata a stravolgimenti e capovolgimenti di fronte. Ho viaggiato tanto, sebbene mi mancasse il vicino Oriente che, adesso, è qui, anzi, esattamente è dall’altra parte del ponte sullo stretto. E’ soltanto un ricordo di questi primi due giorni insieme, lontani dal nostro mondo, per non dimenticare. Non è molto ma, per stasera, accontentati di questo, altrimenti tra una settimana, di questo passo, dovrò chiedere un lavoro part-time ad Ibrahim come venditore di tappeti!».
«Che scemo! … Grazie!», ed avvicinandosi a lui, lo baciò sulla guancia.
Allora lui, per ingannare l’emozione, cambiò subito argomento dicendo:
«Sai, prima ho visto passare un tram adibito a ristorante, in stile retrò, un po’ come quello che si vede a Milano in centro, in cui mentre si cena all’interno, il tram fa il suo percorso per la città, senza fermate e senza prendere nessuno, s’intende! Hai presente?».
«No!».
«Ti andrebbe? Dài, non ci sei mai stata e nemmeno io, l’ho visto sempre passare ma non sono mai salito, nemmeno in Italia».
E lei: «Va bene, ma solo se offro io, ok?».
«Ma certo!». Dopo aver ultimato la visita all’ennesimo negozio d’abbigliamento, si recarono, sempre in zona Taxim, alla vicina fermata del tram e lì chiesero dove potessero trovare il risto-tram. Gli fu indicata, dal conduttore del mezzo, una fermata a circa duecento metri da loro, proseguendo sempre diritto su quella via. Lo raggiunsero passeggiando, portando, tra le mani le borse degli acquisti. Giunti al ristorante mobile, un uomo alto, vestito con un mezzo tilt grigio, aprì la porta del tram:
«Buonasera signori, avete una prenotazione?», disse l’uomo parlando in inglese, il quale doveva essere certamente il responsabile del locale mobile.
«A dire il vero no, siamo arrivati ad Istanbul appena ieri e non sapevamo si dovesse prenotare. L’abbiamo visto passare ed abbiamo espresso il desiderio di poter cenare qui stasera, ma non vogliamo contravvenire alle vostre regole, qualora non fosse possibile, la ringraziamo lo stesso, vorrà dire che prenoteremo la prossima volta!», rispose Valentino.
L’uomo: «Signore, non sia mai detto che l’ospitalità di Istanbul sia seconda a qualsiasi altra metropoli del mondo, soprattutto quando gli ospiti sono due giovani ed educati italiani come voi. Se volete accomodarvi, la carrozza è a vostra disposizione, scegliete pure il posto che preferite!».
«La ringrazio», e porgendo la mano ad Iris, la aiutò a salire i gradini. Scelsero un tavolo esattamente in fondo alla carrozza e vicino alle vetrate del tram. L’ambiente che li avvolgeva ed ospitava, non aveva nulla da invidiare ad una carrozza di prima classe dell’Orient Express, anzi ne sembrava esattamente la copia. Carta da parati a falde color crema e porpora si combinava elegantemente con l’arredamento e i tavolini in legno. Calici di cristallo e posate d’argento apparecchiate come antiche signore sulle tovaglie, anch’esse color porpora. Un’atmosfera di tempi antichi riproposta nel centro di una metropoli, in cui tradizioni e modernismo convivono perfettamente in tutte le loro contraddizioni.
Salirono altri clienti nei minuti che seguirono l’ingresso dei due ragazzi e, quando tutti si furono accomodati ai loro posti, il tram iniziò la sua corsa, lenta, sembrava un mezzo a vapore, anche se silenzioso.
«Comunque, ti rendi conto che sono tutti vestiti eleganti qui e noi due invece con i jeans e t-shirt? Ieri sera, bellissimo posto anche quello, stessa storia di oggi!», sussurrò Iris con un tono rassegnato.
«Mia cara, lo stile è innanzitutto una questione di modi. Noi stasera siamo, qui, informali, tra gente elegante, eppure sappiamo distinguerci!».
«Senza alcun dubbio, siamo vestiti come due ragazzini appena tornati dalla gita, sono due giorni che facciamo la differenza in giro così conciati!», disse lei accennando un sorriso.
«Possiamo decidere di essere chi vogliamo quando lo vogliamo, non ci conosce nessuno, non abbiamo protocolli da seguire, senza il pensiero di essere giudicati. Domani sera uscirò in pantofole, pantofole e giacca, sì, senza alcun timore del chiacchiericcio spicciolo, qui siamo totalmente liberi, ti rendi conto?».
«Ribadisco il concetto del pomeriggio, esercitando la mia più ampia libertà. Se domani ti presenterai in pantofole, io cenerò con Ibrahim, senza di te, pazzo scriteriato!», gli rispose.
«Quante sovrastrutture mentali!», le disse e poi aggiunse: «Piuttosto, guarda che incanto la città di notte, vista così, da un tram…».
Il signore elegante si avvicinò per illustrare il menù e prendere le ordinazioni. Bevvero vino e mangiarono carne quella sera, delle ottime pietanze locali a base di agnello. Girarono, per alcune ore, buona parte del centro europeo di Istanbul, il tram faceva un lungo giro, per poi passare nei pressi di piazza Taxim e riprendere, nuovamente, da lì il suo tragitto. Musica classica in sottofondo accompagnò la loro cena composta, fatta sì di tante parole, ma anche di sonori silenzi. I richiami alla preghiera dei muezzin dai minareti, non dovevano far loro più paura, ma riconducevano il pensiero di Valentino a Dio, riconciliato con la sua storia nel suo presente, che era come da mesi ormai lo desiderava.
«Domani è domenica», disse Valentino, per poi aggiungere: «avrei bisogno di trovare una chiesa ma, credo, sarà difficile trovarne una».
«Il richiamo alla preghiera ha colpito anche te?», gli chiese incuriosita.
«Questo eco di voci che si susseguono di minareto in minareto, fino a perdersi oltre le colline e il mare, ricorda anche me, che musulmano non sono, di ringraziare il mio Dio, che è il loro Dio ed il Dio di tutti!», le disse.
«Valentino, tu ci credi molto, vero? Io credo, anche se poi non riesco a spiegarmi alcune cose della vita, ma va bene così, in fondo, non siamo onniscienti, giusto? Non ci è dato di capire tutto nell’istante in cui lo desideriamo. A volte capita di comprendere molto di più lasciando scorrere il tempo e la vita, senza fretta e, come accade per la nebbia che si dirada e poi esce il sole, così tutto acquista una fisionomia diversa, la vita diviene diversa».
«Quanto hai ragione Iris! Pazienza e perseveranza, sono due virtù da curare e far crescere. Pensa tra di noi, se non fossi stato paziente con te, non ti avrei ascoltato e non saremmo diventati amici, mentre se non avessi perseverato nei miei intenti, oggi, nessuno dei due sarebbe qui probabilmente!».
E lei: «Quindi non è sempre bene questa perseveranza!», gli chiese sorridendo.
«Dipende in cosa si decide di perseverare!», e, dopo averle ricambiato il sorriso, le disse: «Dio è quanto di meglio ti possa capitare nella vita. Siamo stati, la maggior parte di noi coetanei, abituati male da piccoli, diseducati alla sua conoscenza, anche al catechismo. Pensiamo di vivere una religiosità fatta solo di precetti e divieti, in cui ci viene chiesto di santificare le feste e, quindi, andando a messa la domenica, magari pensiamo di essere a posto con la coscienza. Dio non è proibizionismo ma amore immenso, nella sua parola fatta di dolcezza e di alcuni precetti che paiono, a volte, come inutili divieti. Il buonismo è male, il dire sempre sì illimitatamente è male, ma quando ami qualcuno devi saper dire anche no, seppur difficile, anche a costo di soffrire. La cosa ancor più grande sai qual è? Dio ci ha reso liberi, liberi anche di sbagliare, perché un amore smisurato come il suo non poteva non creare creature libere, anche di fare del male e rivoltarsi a Lui, libere di ignorare la sua esistenza. Lui rimane sempre al suo posto, pronto a soccorrerci, se glielo permettiamo, se gli consentiamo di lavorare nella nostra vita».
Si fermò per un attimo, per poi accorgersi che tutti cercavano di seguire il suo discorso animato, ma invano, poiché parlava in italiano con Iris.
«Il conto, grazie», disse poi rivolgendosi al direttore.
Allora lei, parlando sottovoce, gli disse: «Cercavano tutti di ascoltarti prima, di capire cosa stessi dicendo, parla piano! Comunque, vorrei approfondire questa cosa con te, che mi raccontassi del tuo incontro con Dio, di queste esperienze forti che evidentemente ti hanno cambiato la vita».
«Se lo vorrai, lo faremo, il tempo è dalla nostra parte!». Il cameriere gli portò il conto e, senza batter ciglio, stavolta dovette usare la carta di credito per pagare, essendo a corto di contanti dopo le spese del pomeriggio.
Iris avrebbe voluto offrir lei la cena, ma Valentino non glielo permise, non per amor proprio o per una virile spacconeria, ma perché quella sera era il suo omaggio a lei. Nell’ottica del dono, non le avrebbe mai concesso di spendere una sola lira turca. Rimasero ancora un po’ nel tram, a godersi le luci e le vie della metropoli, sorseggiando un bicchiere di Bordeaux. Quando furono vicini al porto turistico, quindi non molto lontani dall’hotel, decisero di scendere e passeggiare un po’ in quella stretta via delimitata da un lato dalle banchine, con le navi da crociera ormeggiate e, dall’altra parte, da una serie di locali disposti in fila, uno dopo l’altro.
«Ti rendi conto cosa fa questo tizio? Pesca nel porto per poi gettare direttamente il pesciolino nella pentola d’olio bollente, in due minuti lo frigge, lo mette nel panino, ed il pasto è pronto!», così le disse, cercando quasi la sua approvazione per uno spuntino post cena.
«Ho la nausea soltanto a guardarlo, ti prego andiamo!», gli rispose lei, percorrendo così alcune scale in discesa che portavano proprio vicino al mare.
La luna piena si rifletteva quella sera come un sole notturno nella piccola baia, illuminando le navi, l’acqua e loro due, inconsapevoli protagonisti del loro stesso film. Non parve vero, in un primo istante, quello che stava accadendo a pochi metri da loro, in acqua, al chiarore della luna. Alcune pinne dorsali grigie, sei o sette dovevano essere, emergevano continuamente, come un moto ondoso, formando così un cerchio nell’acqua. Erano delfini e, probabilmente, avevano trovato lì qualcosa di buono da mangiare, chissà, forse un banco di sardine o più semplicemente dei residui di cibo delle navi. «Non ci credo, è un sogno! Prendiamo qualcosa da mangiare, magari si avvicineranno di più a noi!», disse Iris, come una bimba al luna park.
Valentino si guardò intorno per trovare qualcosa che andasse bene per loro. Scorse a pochi metri del pane duro, lasciato lì forse da qualche turista che doveva aver avuto il loro stesso pensiero. Lo prese e iniziarono a spezzarlo, lanciandolo in acqua per vedere se sortisse l’attenzione dei delfini. In un primo momento non furono minimamente considerati dai cetacei ma poi, uno di loro, staccandosi dal gruppo li raggiunse vicino la banchina. Emerse con la testa fuori dall’acqua, mettendosi in posizione verticale, un po’ come si comportano i delfini nei parchi acquatici, sembrava volesse invitare i ragazzi al gioco, con la bocca leggermente aperta li guardava o, forse sarebbe meglio dire, gli sorrideva.
I ragazzi allora si sedettero sul ciglio della banchina, con i piedi giù, quasi a toccare l’acqua e con le braccia invitavano l’amico delfino ad avvicinarsi. Quel cetaceo sembrava comprendesse il linguaggio dei due e, da che era distante qualche metro da loro, si avvicinò sempre di più, finché non fu così vicino da potersi lasciare accarezzare. E così fu. I ragazzi, increduli dell’istante, lo toccarono, lo accarezzarono, Iris con la mano sinistra, Valentino con la destra, quasi a formare un solo abbraccio con quell’essere meraviglioso. Si lasciò accarezzare la testa, il becco, il fianco, come fosse un loro amico, come se volesse dargli il benvenuto facendo gli onori di casa in quella baia. Il contatto con lui durò poco. Dopo un po’ andò indietro, li guardò, emise un fischio, come a volerli salutare, si immerse di nuovo e, con lui, scomparvero tutti gli altri delfini.
«Era vero?, E’ accaduto realmente? Mi sembra impossibile, ma come si può raccontare un’emozione così?», disse Iris, alzandosi dal ciglio della banchina e, con lei, anche Valentino.
«Non lo so, ma certe situazioni, se non si ha la fortuna di viverle, non le si può mai comprendere fino in fondo», le rispose.
E lei: «Tornerà?».
«Adesso non credo», le disse e poi riprese: «Se fossimo stati su una spiaggia e non in questo porto mi sarei tuffato a giocare con lui! Sto realizzando pian piano… è stato fantastico!».
«E per me è lo stesso!», gli rispose.
Per pochi istanti incrociarono i loro sguardi, ma nessuno dei due andò oltre.
«Andiamo?», le disse Valentino,
e lei: «Sì!».
Ripercorsero le scale in quella ripida salita, lui avanti tenendola per mano e lei dietro, finché non furono nuovamente tra i locali e la gente. Era molto tardi ormai e la giornata era stata a dir poco intensa. Stanchi e piacevolmente provati dal cammino e le emozioni, decisero di ritirarsi in hotel, che non era molto distante dal luogo in cui si trovavano ma, essendo l’ora tarda, per non rischiare spiacevoli incontri, decisero di prendere un taxi. Tornarono in hotel ed ognuno si diresse, senza indugiare nemmeno un istante fuori dalla porta, nella propria camera. La magia di quel giorno e soprattutto del dopo cena, era la migliore delle possibili tisane da notte, in cui i sogni non sarebbero di certo mancati. Trascorsero poche ore e, quella stessa notte, Valentino si svegliò. La tenda aperta lasciava che il chiarore della luna illuminasse il suo letto e quasi tutta la stanza. Si voltò per guardarla, era esattamente al centro della finestra, così grande e luminosa da riempirla quasi tutta in diametro. Poi una voce, due, tre, un eco a rompere il silenzio notturno, il richiamo alla preghiera. Decise di alzarsi e si avvicinò alla finestra che mai, in quei due giorni, aveva avuto davvero il piacere di apprezzare. I minareti svettavano sopra le case della città antica, illuminata dal pallore incantato della luna. Una miriade di case si erigeva sulle colline e, sul lato destro il mare in lontananza, e poi altre colline ancora, con minareti e case. L’eco sembrava non avesse mai una fine, come se davvero il suono della preghiera giungesse fino al cielo per poi ritornare sulla terra sotto forma di benedizione. Si commosse nell’udire e vedere quel paradiso in terra. L’emozione toccò il profondo del suo animo, cosicché si inginocchiò vicino quella finestra, ringraziando Dio per quel momento, per la giornata, per il viaggio, per esserci nella sua vita.
Il richiamo cessò ed anche lui si alzò dal pavimento. Un corvo, dagli occhi lucenti, si era poggiato sul davanzale della sua finestra e lo fissava. Valentino fece due passi per avvicinarsi di più a quella creatura. Per qualche secondo i due si fissarono, poi, il luccichio del rosario d’oro sottile che portava al collo, dovette dargli fastidio e, gracchiando, volò via. Una sensazione ombrosa turbò l’animo del ragazzo in quel momento, ma non volle darci peso, era tardi e il suo unico desiderio era tornare a dormire, e così fece.
«Toc toc toc! Dreeeeen! Valeeee!!!». Era l’una del pomeriggio ed Iris aveva già provato a chiamare più volte l’amico, il quale era caduto in un sonno profondissimo. Sentì, dopo vari tentativi, il fracasso alla porta e si alzò per aprire.
«Buongiorno! Ma sei già pronta? Che ore sono?», le disse sull’uscio della porta, con fare bradiposo.
«Stai scherzando? È l’una! Ma hai dormito stanotte?», gli disse lei.
«Profondamente… anzi no, mi son svegliato adesso che ci penso, ho ascoltato tutto il richiamo alla preghiera al chiaro di luna, che bellezza!».
E lei: «Anch’io mi son svegliata per un attimo, ma non ce l’ho fatta ad alzarmi per guardare fuori, son ripiombata in un sonno profondo, ma certamente meno profondo del tuo! Insomma, che si fa? Ti prepari?».
«Certo, dammi tre ore e sono tuo!», le rispose scherzando.
«Dài! Pensavo: dato che si è fatto tardi, potremmo mangiare qualcosa qui in hotel e poi, con calma, nel pomeriggio fare due passi per vedere se ritroviamo i delfini, dopodiché raggiungere il luogo dell’appuntamento con Ibrahim? Ok?».
«Voto favorevole! Corro a docciarmi, vuoi entrare?», le disse ridendo.
«Magari ti aspetto in camera mia, quando sei pronto andiamo giù…», rispose divertita.
«Lo spettacolo sarebbe stato gratuito ma, se preferisci, ci vediamo dopo!».
«Appena sveglio riesci ad essere addirittura più cretino del solito, sai? A dopo!» e, voltandosi, Iris si diresse verso la sua camera.
Chiuse la porta e, con una certa fretta, si preparò al meglio che poteva. Prese le sue cose, si recò da lei ed insieme pranzarono al ristorante dell’hotel. Mentre parlavano di ciò che li avrebbe attesi l’indomani all’università, seduti ancora al tavolo del ristorante, un messaggio sul telefono di Valentino, interruppe i loro discorsi.
“Buongiorno Valentino! Ti confermo il nostro incontro alle ore 18.00. Venite vestiti eleganti ma comodi, vi porterò nel locale più bello del mondo! A dopo! Ps. Portate una giacca. Ibrahim”.
«Mah, cosa dire, una sorpresa dietro l’altra, chissà cos’ha in mente. Un fatto è certo, dobbiamo cambiarci stavolta!», disse Valentino.
«Io non capisco una cosa però, perché fa tutto questo per noi?», chiese, ad alta voce, a se stessa e a lui.
«Da quello che mi è parso di capire, io gli ricordo un suo vecchio amico d’infanzia e tu… tu probabilmente la sua prossima moglie!».
«Ricominciamo con le battutine deficienti? Almeno ha avuto il pensiero carino di anticiparlo…».
«Certo, alle feste private per scambisti, mica puoi presentarti in jeans e scarpette ginniche come ci ha incontrato ieri?», le rispose provocatoriamente.
«Dài, questa cosa mi inquieta un po’, cosa ne pensi? Perché tanta gentilezza, davvero gli ricordi quell’amico scomparso? Ci credi?».
E lui: «Non lo so, so soltanto che non mi è parsa una cattiva persona e che dall’ambasciata non risulta nulla su di lui. Posso sempre chiamarlo e disdire se non ti va, non siamo obbligati!».
«Mi inquieta sotto certi aspetti, ma non saprei dirti perché. Però mi affascina l’idea di recarci in un luogo sconosciuto, una sorta di appuntamento al buio…».
«Quindi?», le chiese.
«Ok, andiamo!», rispose lei.
Valentino, per testare la sua volontà, le chiese nuovamente: «Sicura?».
«Sì, purché tu non me lo richieda!».
«Anch’io sono per andare, questa storia mi incuriosisce…».
«Va bene curiosone, però sono già le sedici. Se per le diciotto in punto dobbiamo trovarci al luogo dell’appuntamento, sai cosa vuol dire?».
«Che dobbiamo sbrigarci, hai ragione, via in camera!».
Si diressero verso le camere e, con tutta calma, si prepararono. Lui indossò un abito in lino blu, con mocassini scamosciati e cintura sempre della stessa tonalità di blu e una camicia color corda, il cui colletto si vedeva appena poiché coperto da una pashmina, in seta, a fantasia delle stesse tonalità dell’abito. Iris, invece, aveva deciso di deporre gli abiti della ragazza universitaria in Erasmus, per rivelarsi qual era, una creatura più simile al mito di Iris, che alla sua controfigura umana. I capelli dorati e setosi, le cadevano lisci, dietro, fin giù le spalle scoperte, un abito in seta lungo fin sotto il ginocchio, bianco e azzurro, morbido, sembrava esser stata vestita davvero come il fiore che portava il suo nome. Sandali color argento ai piedi, bracciali della stessa tonalità ai polsi, due piccoli pendenti d’acqua marina come orecchini, e al collo il pendente regalatole da Valentino la sera precedente.
Uscirono dunque dalle camere, prima lui, poi lei dopo circa dieci minuti. Quando Valentino la vide, si alzò da una poltrona dov’era comodamente seduto e le disse:
«Iris, forse la prima volta, non so cosa dirti…».
«Io invece ce l’ho una cosa da dire, dovresti vestire più spesso così, ti dona molto! Andiamo?», rispose lei, forse anche compiaciuta del complimento appena ricevuto.
«Grazie!», le disse.
Così lui le porse il braccio ed insieme, percorsero in discesa le scale. Non ci fu una sola persona che, al vederli passare, non posasse lo sguardo. Lui era elegante, anche nei modi, ma lei… era una dea e, come tale, destava attenzioni e riverenza al passaggio.
C’era già pronto un taxi fuori l’hotel. Lo presero, così li condusse al luogo prestabilito con Ibrahim, nei pressi della Basilica di Santa Sofia. Ibrahim era già lì, di fianco ad una Mercedes nera, lunga, con conducente. Quando li vide scendere dal taxi, sfoggiò il migliore dei suoi sorrisi e disse:
«Amici miei, non ho mai visto due ragazzi più belli di voi, questa sera!»
Valentino ironicamente replicò subito: «Vuol dire, caro Ibrahim, che non hai viaggiato poi così tanto come hai raccontato!».
I tre si salutarono e, quando Iris gli porse la mano per salutarlo, l’iraniano le fece il gesto del baciamano, commuovendosi per un istante. Entrarono dunque nell’auto e, dopo che i ragazzi si furono accomodati dietro, partirono. Poco più di mezz’ora di viaggio, oltrepassarono il ponte sul Bosforo per recarsi nella parte orientale della città, sul continente asiatico, fino a salire sulla cima di un colle. Giunti nei pressi della sommità di esso, scesero dall’auto in un grande prato verde. Ad attenderli, c’era una mongolfiera con un pilota già all’interno, pronto al volo.
«Ibrahim, è per noi? Aspetta noi quella mongolfiera?», chiese incredulo Valentino.
«No, aspetta voi, non noi, io non verrò, è un mio dono per voi! A bordo troverete anche una bottiglia di champagne nel cestino termico ed alcuni bicchieri. Al calar del sole, sarete nuovamente qui, io vi aspetterò per riaccompagnarvi dove vorrete, poi andrò via».
«Ibrahim, perché fai tutto questo? Come dovremo sdebitarci con te?», disse la ragazza all’uomo gentile.
«Non dovrete bellissima Iris, ve l’ho detto, è raro trovare due persone come voi, per me è solo un piacere…».
«A questo punto direi di salpare, non trovate?», esclamò impaziente Valentino.
Si avvicinarono alla mongolfiera i due e vi entrarono uno alla volta, prima Iris e poi lui. Una volta su, il pilota, un uomo sulla quarantina di evidenti origini turche, alzò il livello della fiamma ed il pallone aerostatico, pian piano, si sollevò da terra. Salutarono con la mano Ibrahim, il quale sembrava realmente felice di vederli staccarsi da terra e, in pochi secondi, passarono dall’umana incomprensione dei benevoli gesti del persiano, all’esaltazione della bellezza del creato.
Il sole era calato al punto da posizionarsi in linea con loro, rendendo il cielo ed il paesaggio sottostante del tipico colore arancio che precede i tramonti orientali. Il Bosforo, l’intera città, il mare, l’Asia e l’Europa apparivano, da quell’altura, sfiorarsi come labbra, tutto questo era ai loro piedi e non c’erano parole che potessero descrivere compiutamente la grandezza e l’emozione del momento.
«Ibrahim aveva proprio ragione, questo è il posto più bello dove sia mai stata», sussurrò Iris, quasi commossa.
Si spostavano lentamente, tenendosi lontani dal centro della metropoli, osservandola così, dall’alto, a poche centinaia di metri in linea d’aria, circumnavigandola.
Valentino si ricordò allora del cestino, lo aprì e vide all’interno una bottiglia di champagne, a sua volta in un cestello con del ghiaccio sintetico e due bicchieri di cristallo.
«Però non vorrei esagerare, dài, mi sembra troppo, restituiamola al mittente chiusa!», disse lui con il tono e lo sguardo di colui che non credeva nemmeno per un istante a ciò che aveva appena pronunciato.
Lei riuscì soltanto a sorridergli e lui capì che non avrebbe dovuto più indugiare, quel momento doveva essere celebrato così com’era stato predisposto. Porse, allora, uno dei due bicchieri vuoti ad Iris, prese la bottiglia, ne tolse il cappuccio e la stappò, versando lo champagne prima ad Iris. Poi si volse verso il pilota per offrirne, ma lui non volle, quindi lo versò anche nel suo bicchiere.
Erano l’uno di fronte all’altra, in un’immensa cornice dorata creata dal sole. Si guardarono, per alcuni istanti fissi negli occhi, senza parlare, reggendo i soli calici pieni.
«A cosa brindiamo?», gli chiese.
Lui le rispose, prendendosi una pausa di pochi secondi. «Brindiamo alla bellezza dell’inaspettato, alla nostra gioia, alla libertà di decidere chi essere!».
Il tintinnio dei bicchieri sembrò sancire la promessa fatta alla vita più che l’augurio. Ne bevvero un sorso, ma i loro occhi continuavano a cercarsi. Poi lui spostò il suo sguardo verso l’orizzonte, bevve un altro sorso e le chiese:
«Chi vorresti essere adesso?»
E lei: «Quella che sono, nessun’altra che me, qui, adesso»
«Anch’io!»
Sarebbe stata l’occasione ideale per baciarla, sembrava tutto esser stato creato per quello, eppure non lo fece. Era l’esaltazione del momento perfetto ma, nel cuore di lei, doveva esserci ancora un altro uomo, quello che l’aveva vista partire e certamente non con piacere.
Valentino la amava nella sua libertà, amava vederla star bene, esser felice. Per lui contava più di ogni altra cosa, più di ogni suo recondito desiderio, prima di qualsivoglia passione.
«Sai», lei poi disse, «non mi è costata poco questa scelta, forse non te ne ho mai parlato. Ho quasi rinunciato ad una storia di sei anni per la mia libertà, perché nella mia indecisione, lui non avrebbe voluto che io partissi, più per un senso di gelosia che altro. Se non avessi avuto quello scontro, forse non sarei qui adesso, se mi avesse lasciato libera, probabilmente sarei rimasta a casa. Eppure sono certa di aver fatto la scelta giusta. Se da domani dovesse andare tutto storto, ne sarebbe valsa comunque la pena. Questo per me è importante Valentino, volevo che lo sapessi perché, se non ci fossimo incontrati, io, oggi, non sarei qui».
Così lui aggiunse sotto voce: «Se non ti avessi vista quella sera e non ci fossimo poi incontrati all’Università, anche io non sarei qui, adesso»
«In che senso? Ma poi quella sera quando?»
«Nulla, un déjà vu irrilevante! Ma tu guarda che bello, facciamoci una foto!», e così, cambiando repentinamente argomento, Valentino prese la sua fotocamera e si fecero scattare, dal pilota, alcune foto insieme, con lei appoggiata a lui.
«Ne riparleremo, me ne ricorderò, non te la cavi così», gli disse Iris, mentre lui annuiva con fare ironicamente serioso.
Immergendosi lentamente nel mare, il sole era completamente scomparso oltre la linea dell’orizzonte, lasciando dietro di sé gli ultimi bagliori di un giorno da ricordare. Non volse la sera che i ragazzi furono riportati a terra, nello stesso luogo della partenza e, ad aspettarli, c’era sempre lui, Ibrahim. Appena atterrati, uscirono dal canestro, muovendosi poi verso l’auto dove li aspettava.
«Amici miei, allora, vi è piaciuto?», chiese l’uomo.
«Non sappiamo come sdebitarci per tanta gentilezza, davvero, spero non rifiuterai un nostro invito a cena», rispose Valentino.
«Purtroppo sì mio caro, ho una cena di lavoro. Ci rivedremo, presto ci rivedremo, se lo vorrai naturalmente»
«Oltre a volerlo, te lo dobbiamo Ibrahim, c’hai regalato un sogno oggi pomeriggio, in qualche modo dovremo pur ringraziarti», disse la ragazza all’uomo. «Principessa Iris, ci sarà modo e tempo per farlo, se lo desidererai».
Così, facendo un mezzo inchino si congedò dai ragazzi, entrando nell’auto nera che lo attendeva. Per i due giovani, era stato chiamato un taxi, nel quale entrarono per farsi condurre in centro.
«Dove andiamo?», gli chiese lei.
«Andiamo al Reina», le rispose, rivolgendosi anche al tassista.
«Certo che con te le giornate non finiscono mai…», e così il taxi partì, conducendoli in questo locale ai piedi del ponte che congiunge le due parti della città, oltre che l’Europa all’Asia.
Il locale era nella parte occidentale della metropoli, sulla sponda europea e dovettero attraversare proprio quel ponte per giungervi. Appena giunti, si presentava in maniera a dir poco suggestiva. Terrazze panoramiche all’aperto, finemente attrezzate per ospitare bar, ristorante e anche la discoteca, di un gusto assolutamente moderno e giovanile. Era tutto illuminato di blu, sulla loro destra, poi, il ponte adornato anch’esso con luci che parevano essere quelle tipiche del Natale, ma che evidentemente non potevano esserlo, il quale giungeva fino alle sponde asiatiche della città e, sopra di esso, la luna.
Cenarono i ragazzi, mangiarono e bevvero mentre il locale pian piano si riempiva. Quando furono passate oltre due ore, la musica passò da uno stile lounge ad uno più squisitamente notturno, molto vicino al genere house. Trascorse un’altra ora ed il locale era ormai colmo di ragazzi che sprizzavano vita.
«Ti va di andare giù in pista, solo per cinque minuti, poi andiamo via, domattina avremmo il primo giorno d’università!», le disse lui.
«Soltanto se mi dici di quale sera parlavi oggi, in mongolfiera!», le rispose con fare capriccioso.
«Ti do la mia parola che appena tornerai dal bagno e saremo lì a ballare, te lo dirò, così sarà più verosimile il racconto!».
«Aspettami qui, ci andiamo insieme, torno subito», e così, con il più bello dei sorrisi, gli diede le spalle, muovendosi poi, con il suo solito passo, verso il bagno delle donne.
Valentino doveva ripercorrere nella sua mente la sera in cui l’aveva vista per la prima volta, quella notte a Perugia. Quasi un anno da allora eppure, quante cose erano cambiate. Così ora lui si trovava a completare il sogno iniziato quella sera, poter condividere del tempo con lei, in una discoteca, come la prima volta. Iris non l’aveva mai saputo prima di allora, non gliel’aveva mai detto, anche perché non era più rilevante. I minuti passarono ed Iris non si vedeva arrivare. Allora Valentino iniziò a preoccuparsi e si diresse verso i bagni. Entrato all’interno dell’area femminile, tra le dovute scuse del caso, la chiamò, ma nessuno rispose. Iniziò a chiedere alle presenti se avessero visto una ragazza alta, bionda e così descrisse loro Iris, ma nessuno l’aveva vista. Pensò che, forse, avesse sbagliato bagno ed andò così in quello degli uomini, ma non c’era neanche lì. Chiese allora ad alcuni camerieri se ci fossero altri bagni aperti al pubblico, ma gli risposero che quelli erano gli unici. Erano passati oltre venti minuti e si era ormai seriamente preoccupato. Iniziò a cercarla per tutto il locale, anche nelle cucine, ma nulla. Parlò allora con il dj, per fare un appello al microfono, ma lei non c’era. Parlò con tutti quella sera, con i responsabili del locale, con la sicurezza, ma nessuno l’aveva vista. Trascorse la notte a cercarla nel circondario, scese fin giù al mare per tentare di trovarla, ma nulla, di Iris non c’era traccia. Valentino setacciò, quella notte, ogni angolo possibile, finché il sorgere del sole non illuminò anche i suoi confusi e disperati pensieri: Iris doveva essere stata rapita.
Di Alfredo Francesco Caiazzo








